Post in evidenza

Il terzo numero del Periodico di Articolo Uno Genova

Presentiamo il terzo numero del Periodico di Articolo Uno Genova, mentre ci apprestiamo a celebrare il 76° della Liberazione. Un numero dedicato tutto al femminile, iniziando con un bellissimo contributo di Arianna Cesarone, Vicepresidente Anpi di Genova sul ruolo delle donne nella Resistenza.

Con la nostra Erminia Federico Esecutivo Articolo Uno Genova dove ci offre un contributo delle donne in Politica.

Sulla complessa questione del mondo femminile del lavoro abbiamo chiesto due autorevoli contributi, uno a Elena Bruzzese Segretaria Camera del Lavoro di Genova, l’altro a Cecilia Guerra  Sottosegretaria al Mef.

Anna Colombo, consigliere speciale gruppo Socialisti e Democratici Parlamento europeo, e Articolo Uno Bruxelles, ci racconta la sua lunga esperienza in Europa, insieme ai ricordi del papà Partigiano.

Buon 25 Aprile

E Buona lettura a tutte/i.

Giancarlo Furfaro

Segretario Articolo Uno Genova

Le donne e la Resistenza.

di Arianna Cesarone, vicepresidente ANPI Genova

La Resistenza al femminile, una storia a lungo dimenticata.

Era un mondo maschilista. Soltanto tra i partigiani la donna aveva diritti, era un compagno di lotta. La Resistenza ci ha fatto scoprire che nella società potevamo avere un posto diverso.

“I diritti paritari garantiti dalla Costituzione non sono stati un regalo, ma una conquista, un riconoscimento per ciò che le donne hanno fatto  nella Liberazione.”  Queste sono le parole  di Anita Malvasi, la partigiana “Laila” che, in queste poche righe, racchiude moltissimi concetti:  la condizione femminile durante il fascismo di completa subalternità al padre o al marito,  la consapevolezza delle donne di un loro possibile  diverso ruolo nella società, la partecipazione concreta delle donne alla lotta di Liberazione, la presenza fondamentale della compagine femminile alla stesura della Carta Costituzionale, la rivendicazione di diritti importanti. In questa affermazione viene chiaramente esplicitato che il punto di partenza del processo di emancipazione femminile iniziò, in Italia,  proprio  a partire dalla partecipazione delle donne alla Resistenza.

Ma la tematica della Resistenza al femminile è, in realtà, relativamente  recente essendo stata sottostimata per moltissimi anni. 

Per decenni a livello storiografico ed istituzionale il contributo delle donne alla Resistenza non è stato adeguatamente riconosciuto, rimanendo relegato ad un ruolo secondario, che portava ad una visione della Lotta di Liberazione “declinata” quasi esclusivamente al «maschile». I primi libri a riguardo,  a parte qualche rara eccezione,  sono della fine degli anni ’70. Le stesse donne sono state spesso, per anni, restie a raccontarsi, forse per paura del giudizio della società (donne in armi, donne promiscue nelle formazioni partigiane..), forse per vergogna di essere considerate troppo intraprendenti o per timore di non essere credute. O forse per semplice ritrosia, retaggio di una educazione fascista che aveva loro insegnato a “stare al proprio posto”.

Il ruolo delle donne nella lotta partigiana.

Invece il ruolo delle donne durante la Resistenza fu determinante.

Le donne, durante la Resistenza, ebbero diversi ruoli, anche se per anni quello che emerse di più e che per molto tempo fece parte dell’immaginario collettivo fu quello delle cosiddette “staffette”, donne in abiti estivi a cavallo della loro bicicletta, sorridenti. E’ un’immagine stereotipata, molto aderente ad una certa visione maschile della donna. Le donne, come gli uomini, furono anche staffette. Impegno molto gravoso, faticoso e spesso molto rischioso.

Durante la Resistenza, infatti, le donne svolsero un fondamentale  ruolo di organizzazione e di supporto all’azione delle brigate partigiane. Sono le donne che raccolgono gli alimenti, le munizioni, le informazioni, svolgendo un’essenziale funzione di collegamento tra le brigate partigiane che si trovano in campagna e in montagna, e quelle invece che sono in città. Si occupavano dei collegamenti fra centri dirigenti ed unità periferiche con il trasporto di notizie, ordini, armi, viveri, danaro, medicinali, vestiti. Il ruolo delle donne durante la Resistenza  non si esaurisce però solo  nelle azioni delle staffette partigiane. Le donne erano impegnate nelle attività di salvataggio di ebrei, prigionieri di guerra, partigiani, li nascondevano nelle proprie case, ne organizzavano l’espatrio… Inoltre, erano dedite alla produzione ed alla diffusione della stampa clandestina, alla produzione e alla falsificazione di documenti e timbri.

Esse ricoprirono, inoltre, in diversi casi, la funzione tradizionale di combattenti. Sono presenti nella resistenza armata, nelle Brigate partigiane, nelle SAP e nei GAP, alcune anche con ruoli di primo piano.

Troviamo poi le donne negli scioperi operai ed agrari, nelle manifestazioni di protesta contro la fame e il freddo: attività che richiedevano una organizzazione tenace e di lunga durata perchè svolte nelle città o nei paesi in cui più forte era la presenza fascista o tedesca, in aperta e coraggiosa sfida al potere nazifascista.

Nelle campagne e nelle montagne inoltre  si sviluppò la Resistenza civile delle donne, che furono curatrici e sostenitrici: senza il loro aiuto il movimento partigiano non avrebbe potuto superare le traversie del durissimo inverno 1944-45.

Dalla lettura delle testimonianze e dalla narrazione dei fatti si intuisce e si può ricostruire in parte il clima di quel tempo, le difficoltà, i pericoli ma anche il coraggio, la caparbietà, la sfrontatezza e la genuinità delle giovani protagoniste della Resistenza.

Donne di diverso ceto sociale, di diversa cultura, di svariate occupazioni, di diverse età.

C’è l’operaia che lotta per una maggiore equità sociale e contestualmente rivendica una parità di salario a parità di lavoro; c’è la diplomata  che lotta per una patria libera e non subalterna a una potenza straniera; c’è la mezzadra che lotta per una vita meno stentata e non più soggetta al potere padronale e del capofamiglia; ci sono la studentessa, l’operaia, la bracciante che ritengono che non ci si possa trovare davanti alla morte o alle barbare uccisioni senza reagire; c’è la laureata o la lavoratrice di fabbrica che hanno già magari delle idee politiche chiare e degli obiettivi concreti da realizzare. Spesso le motivazioni sono plurime: si vuole una diversa giustizia sociale, una patria libera dalla guerra e una maggiore libertà personale.

Le donne della Resistenza combattono, salgono in montagna, difendono il Paese  e le loro case diventano un rifugio sicuro per tutti i perseguitati dal regime. E’ una attività spontanea che comincia nel 1943 e continua fino al 1945 in varie forme e con mezzi diversi. Il rischio aumenta ma cresce anche il coraggio per compiere ogni azione che si opponga al fascismo di cui patiscono sempre più i crimini e l’arroganza. 

E’ in questo periodo che nascono i Gruppi di Difesa della donna (GDD) da cui poi prenderà origine l’UDI.

Perchè lo fecero? Potevano restarsene a casa, non rischiare.

Ma in uno dei volantini dei Gruppi di Difesa della Donna scrissero: “ Le donne rivendicano il diritto di disporre della loro sorte” e mai affermazione fu più chiara e programmatica: il concetto di prendere in mano il proprio destino, di essere autonome nelle decisioni, di autodeterminarsi, di scegliere in modo consapevole da che parte stare.

Ed è  proprio perchè non avevano paura che le donne entrarono nella Resistenza.

La Resistenza rappresenta quindi una vera e propria “rivoluzione sociale”  per il ruolo di protagoniste che le donne assumono. E per il fatto che si ponevano, per la prima volta, le donne su un piano di parità con gli uomini.

E’ a partire da questo momento che, in Italia, la donna viene riconosciuta come cittadina,  figura portatrice di diritti civili e politici.

Ed è proprio a partire da quegli anni che le donne iniziarono un percorso di rivendicazione di nuovi diritti, di spazi nella vita pubblica e sociale del paese, un nuovo ruolo nella vita economica e lavorativa che le porterà a traguardi importanti, traguardi che è necessario difendere ancora oggi, con impegno e passione.

Donne e politica…che passione!!!

di Erminia Federico, esecutivo Articolo uno Genova.

Pandemia e violenza contro le donne quale correlazione c’è?

In questi tempi di pandemia, e dopo il decreto che impone misure a carico dei sanitari no vax, mi viene in mente la convenzione di Istanbul dove è scritto che è violenza contro le donne qualsiasi ostacolo che impedisce o si frappone all’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.

Che c’entra con la pandemia? C’entra eccome, perché è stata interessante la pressione dell’opinione pubblica e di conseguenza della stampa sul governo che si è visto costretto a prevedere nell’ultimo decreto legge non solo l’obbligo per tutti gli operatori sanitari di vaccinarsi ma ha anche dovuto prevedere sanzioni di non poco conto.

Se le/gli obiettori al vaccino possono essere demansionati o addirittura licenziati perché non anche quelli verso la L 194? Perché è una Legge a tutela di un diritto delle donne e non di tutti? Vacciniamoci, vaccinatevi, ma basta obiettori di serie A e serie B nelle strutture pubbliche anche in questo caso a scapito delle donne e dei non obiettor* oberati dal lavoro per colmare i vuoti lasciati da chi mette a rischio la salute delle donne.

Riusciremo mai a veder trattare i diritti delle donne alla stregua dei diritti di tutti? Come e quando sarà possibile se non a seguito della presenza di almeno il 50% di donne nei luoghi in cui le decisioni vengono prese.

Le donne in Italia rappresentano oltre la metà della popolazione, ciononostante occupano solo un terzo delle cariche politiche nazionali e meno di un quinto di quelle locali. Un dato scoraggiante per due ragioni: dimostra quanto sia lontana l’agognata parità numerica ed evidenzia un limite nella rappresentanza degli interessi e diritti specifici alla condizione di donna.

La rappresentanza delle donne nelle istituzioni.

 I primi tentativi di aumentare il numero di donne in cariche elettive furono implementati nel 1993, quando furono introdotte nelle elezioni locali e nazionali le quote di genere. Questi sforzi, basati allora come oggi su liste alternate e quote numeriche, vennero vanificati due anni dopo dalla sentenza di illegittimità emanata dalla Corte Costituzionale. L’uguaglianza politica, garantita dagli articoli 3 e 51 della Costituzione, era infatti intesa fino ad allora in modo teorico, e non come obiettivo concreto da raggiungere. Nel 2003, la mancanza viene corretta tramite una legge costituzionale che esplicita il dovere della Repubblica di “promuovere,” e non più solo garantire, “con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. Vengono quindi riconosciuti gli ostacoli sociali e strutturali che impediscono un paritario accesso delle donne alle cariche politiche. Da allora, non senza polemiche e accuse, le quote di genere sono state re-introdotte nel 2004 a livello europeo e nel 2012 a livello nazionale. Al momento, le quote vengono applicate a tutti i livelli: dalle elezioni comunali alle europee, in forme quali preferenze alternate nelle liste e proporzione tra i due sessi pari almeno al 40/60 nelle liste e nei collegi uninominali.

Guardando ai dati, è possibile osservare come la rappresentanza femminile sia aumentata, attualmente, circa il 36% degli scranni del Parlamento sono occupati da donne, mentre nel 1994 erano soltanto il 13%. Tuttavia, la presenza in Parlamento non sempre si traduce in effettiva rilevanza. Nelle commissioni parlamentari, crocevia centrale del nostro iter legislativo, le Presidenti donne sono un’eccezione tanto alla Camera quanto al Senato e, nonostante un maggior numero di rappresentanti nell’attuale legislatura, il trend è stato piatto nel corso degli ultimi venticinque anni:

Di donne ai vertici dei dicasteri, inoltre, se ne sono viste poche. Negli ultimi venticinque anni, una media di circa 4,5 ministre per governo.

Nei ministeri chiave ancora di meno, poco più di una per governo. Nel tempo si sono fatti passi avanti, con l’attuale governo Conte II che ne presentava sette, poco più di un terzo del totale, ma soltanto quattro con portafoglio.

La rappresentanza locale ha invece attraversato un periodo di maggiore inclusione delle donne a tutti i livelli: comunale, provinciale e regionale. Se le amministratrici comunali erano soltanto il 6,5% nel 1989, ora sono circa il 33%.

La crescita maggiore è stata registrata nelle regioni meridionali, Campania in testa (+1185%). L’Emilia-Romagna invece è la regione più virtuosa in merito alla partecipazione politica delle donne in ambito comunale (il 38% dei consiglieri comunali è donna). A livello nazionale, il decennio che si sta chiudendo ha registrato grandi passi avanti, con un aumento della rappresentanza femminile a livello comunale e regionale rispettivamente del 75% e del 183%. Nonostante questi dati incoraggianti, rimane evidente un problema nelle posizioni apicali. Infatti, la presidenza delle regioni è stata in mano a una donna poche volte. Si può inoltre osservare come, nonostante un significativo miglioramento nel tempo, città rilevanti come Torino, Roma e in passato Milano sono o sono state amministrate da donne, solamente il 14% dei comuni abbiano una sindaca donna, per un totale di 1107 sindache per 7914 comuni italiani.

Nonostante un miglioramento costante durante gli ultimi venticinque anni, il raggiungimento di un equilibrio tra donne e uomini nelle istituzioni appare ancora lontano.

Le soluzioni da intraprendere

Per rendere più effettiva la rappresentanza femminile bisognerebbe focalizzarsi maggiormente sulle barriere che scoraggiano le donne dal competere nelle elezioni e condurre una campagna elettorale. Difatti, barriere strutturali come la distribuzione diseguale del lavoro domestico e gli stereotipi di genere risultano ancora forti fattori deterrenti per l’opportunità e la legittimazione della partecipazione attiva alla vita politica da parte delle donne. Politiche volte a conciliare lavoro, in questo caso la rappresentanza politica, e famiglia potrebbero aiutare. Un esempio il tal senso è la sperimentazione di un meccanismo di voto per delega per parlamentari con figli piccoli assenti per motivi familiari in corso nella Camera dei Comuni britannica.

L’approccio intrapreso finora, basato su un sistema di quote, si è dimostrato abbastanza efficace nel promuovere una maggiore partecipazione femminile in politica. Un passo ulteriore in questo senso è l’adozione, su base volontaria, di quote di genere per le posizioni interne da parte dei partiti politici.

Tale pratica, diffusa nel nord Europa, fatica ad affermarsi in Italia.

Per legittimare le cosiddette “quote rosa”, spesso viste di cattivo occhio, infatti, una strada da seguire potrebbe essere quella non più di presentare il problema come una carenza di rappresentanza femminile, quanto piuttosto come un’eccessiva rappresentanza maschile.

Le policy da introdurre sarebbero quindi sì delle quote di genere, ma molto diverse da quelle in uso attualmente. Infatti, la prospettiva sarebbe “rovesciata”, con le quote di genere non da intendersi come un numero minimo di posti destinati ai rappresentanti di un sesso, ma al contrario, come un limite massimo. Tale cambiamento di paradigma potrebbe finalmente permettere di non percepire più le donne in politica come “altre”, una sorta di minoranza da proteggere mediante quote minime, ma come una componente fondamentale della società perché hanno un modo diverso di vedere affrontare e proporre soluzioni.

Le donne e il lavoro oggi.

di Elena Bruzzese, Segretaria Camera del Lavoro di Genova

La valorizzazione (in)sufficiente delle donne nel nostro Paese

I dati recentemente pubblicati dall’Eurostat fanno emergere come l’Italia non sia un Paese sufficientemente attrezzato per la valorizzazione delle donne.

Siamo, infatti, al penultimo posto fra i paesi europei per gender gap, registrando una distanza tra uomini e donne nell’attività lavorativa di 18,9 punti: dopo di noi solo Malta.

Le donne occupate sono il 49,5%, dato inferiore di circa 13,9 punti alla media dell’Unione Europea e sono più di 37 mila le lavoratrici neo-mamme che si sono dimesse nel corso del 2019.

Tra le motivazioni indicate c’è la difficoltà di “conciliare l’occupazione professionale con le esigenze di cura dei figli” evidenziando come, il lavoro di cura e domestico, sia ancora appannaggio esclusivo della componente femminile.

Pandemia, la crisi del lavoro femminile.

Anche durante l’emergenza sanitaria, il peso dell’aumento del lavoro di cura, è ricaduto quasi totalmente sulle spalle delle donne.

I dati, anche in questi mesi di pandemia, sono emblematici: secondo il più recente report presentato dall’Istat, nel mese di dicembre 2020 si registra la perdita di 101 mila posti lavoro, 99 mila dei quali erano occupati da donne.

Periodico Articolo Uno Genova, le donne e il lavoro oggi.
Periodico Articolo Uno Genova, le donne e il lavoro oggi.

Il covid ha semplicemente amplificato e dimostrato le diseguaglianze esistenti, questo significa che oltre ad esistere un vero e proprio problema in termini di numeri assoluti riguardante l’occupazione femminile, anche la qualità stessa del lavoro lascia a desiderare: molto concentrata nella cura e nei servizi, con percentuali di tempo determinato, part time involontario e precarietà ben oltre la media europea, nonostante gli alti  tassi di scolarizzazione, evidentemente non riconosciuti; sinteticamente si può affermare che il lavoro femminile è più precario, a termine, e spesso più marginale e marginalizzato. Sicuramente tutto ciò è conseguenza di logiche ripetute nel tempo, di incentivi erogati senza requisiti e della mancanza di investimenti in innovazione e ricerca tesi a cambiare il mercato del lavoro.

Se si vuole tornare a crescere, socialmente ed economicamente, la prima grande priorità è dunque promuovere l’occupazione femminile e farne un volano di sviluppo sostenibile.

Oggi il nostro Paese ha davanti a sé una grande opportunità; i soldi del recovery, le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea, saranno tanti e se davvero devono servire per modificare un sistema basato sulle diseguaglianze è necessario garantire una prospettiva di genere in tutte le aree di finanziamento e adottare una lente di bilancio di genere in tutti i programmi.

Le proposte devono essere concrete, ben più efficaci di qualche incentivo. Ad esempio, servirebbe una norma che impedisca il part time involontario, ormai gabbia soprattutto per le donne, o ancora, dare attuazione ad un diritto che è quello dei bambini e delle bambine di accedere ai servizi educativi da zero a sei anni e che trascinerebbe con se altri diritti, a partire da quello delle donne al lavoro; un rapporto della Fondazione Openpolis del 2019 mostra proprio la relazione tra la partecipazione delle donne al mercato del lavoro correlato all’estensione dei servizi per la prima infanzia e di come, nelle regioni in cui la presenza di asili nido e servizi integrativi per l’infanzia superi il 33 per cento, il tasso di occupazione femminile superi il 60. 

Investire quindi risorse sui servizi educativi permetterebbe un’ulteriore sferzata all’occupazione femminile, così come l’introduzione della paternità obbligatoria consentirebbe una pari distribuzione dei carichi di cura all’interno della famiglia. Questo dimostra come nessuna decisione sia neutra e di come, ogni tipo di politica, educativa, culturale od economica incida direttamente sulla vita delle persone. Occupazione stabile e qualificata, emancipazione ed indipendenza, pari condizioni di accesso al mercato del lavoro tra donne e uomini, sono facce dello stesso dato che giocate tutte insieme ci porterebbe finalmente a vivere in un paese migliore.

Donne e mercato del lavoro: i dati parlano da soli

di Maria Cecilia Guerra, sottosegretaria al Ministero dell’Economia e Finanze.

Il divario occupazionale di genere

Nonostante i progressi degli ultimi decenni, il divario occupazionale di genere in Italia rimane molto ampio. Rispetto agli altri Paesi della Ue, l’Italia registra un forte ritardo nella chiusura di questo gap. Secondo gli indicatori dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), l’Italia occupa l’ultimo posto nel campo del mercato del lavoro, se si considerano, nel loro insieme, i divari di partecipazione, opportunità di carriera e retribuzione, la segmentazione orizzontale dell’occupazione e l’onere non retribuito della cura della famiglia.

Alcuni dati sono particolarmente indicativi e aiutano a capire bene la natura del problema.

  1. Il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello maschile, nel 2020, di ben 18,2 punti percentuali, ed è pari al 49% (nel 2019 era 50,1% a fronte di una media UE-28 del 64,1%).
  2. Esiste un forte divario territoriale: le donne occupate al Nord sono il 59% contro il 32,5% nel Mezzogiorno. Nel Mezzogiorno le donne presentano anche i maggiori livelli di mancata partecipazione al mercato del lavoro (una misura che considera oltre ai disoccupati, anche quanti non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare) e anche un più ampio divario rispetto agli uomini. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro nel Mezzogiorno per le donne raggiunge il 41% (contro il 28,1% per gli uomini) mentre al Centro e al Nord a è pari rispettivamente a 17,6% e 13,5%.
  3. Vi è infine un forte gap generazionale. Il tasso di occupazione delle donne nell’età in cui si fanno figli (25-34 anni) è del 51,9%, di quasi dieci punti più basso rispetto a quello delle donne di 45-54 anni: 61,8%. Sono proprio le donne tra i 45 e i 54 anni e non le più giovani ad avere maggiormente beneficiato dell’aumento occupazionale negli anni precedenti all’esplosione della crisi del Covid-19.

Conciliare occupazione e maternità

Le ragioni che spiegano questi dati così sconfortanti sono ovviamente molte, ma è bene concentrarsi su quella più rilevante. L’incompatibilità, o la difficile possibilità di conciliare occupazione e maternità. Sono tanti gli studi che nel nostro, come in altri paesi, dimostrano che le donne con figli in età prescolare incontrano maggiori difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro. E, ancora una volta, sono i dati a raccontarcelo in modo inequivocabile.

Nel 2020 l’occupazione relativa delle madri (e cioè il rapporto tra tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli sotto i 5 anni e tasso di occupazione delle donne nella stessa fascia di età senza figli) è pari al 73,4%.  Non basta: il tasso di occupazione delle madri ha avuto una flessione maggiore rispetto a quello delle donne senza figli nel corso della pandemia, dove il problema della “cura” e cioè della necessità di fare i salti mortali per tenere insieme il proprio lavoro con l’accudimento dei figli, a scuole chiuse e con l’impegno gravoso della didattica a distanza, ha pesato in modo totalmente squilibrato sulle spalle delle madri.

Ma anche al di fuori della pandemia, va ricordato che in Italia è più alta la quota di donne che non hanno mai lavorato per occuparsi dei figli (11,1%) rispetto alla media europea (3,7%).

Ma perché avere figli è così penalizzante per le madri e non per i padri?

Perché il nostro paese, per motivi anche legati a stereotipi culturali duri a morire, si caratterizza per una mancata condivisione del lavoro di cura:

Nel 2018, il 38,3% delle madri occupate (oltre un milione) ha dichiarato di aver apportato almeno un cambiamento nel proprio lavoro per prendersi cura dei figli, contro l’11,9% dei padri.

Il carico complessivo di lavoro retribuito e non retribuito è ancora molto diverso per uomini e donne. E lo è anche se si considera la sola popolazione degli occupati: per gli uomini occupati, alle quasi 42 ore di lavoro retribuito settimanale si sommano circa 10 ore e mezza di lavoro non retribuito, con una media di circa 52 ore di lavoro totale a settimana; per le donne occupate, alle circa 32 ore di lavoro retribuito si sommano oltre 26 ore di lavoro non retribuito, con una media di oltre 58 ore di lavoro totale a settimana, cioè in media 6 ore più degli uomini. Poco tempo libero per le donne!

Non solo non c’è adeguata condivisione del lavoro di cura, che non è solo accudimento dei figli, ma anche lavoro domestico (quello che gli uomini svolgono davvero poco volentieri, specie se si tratta di pulizie).

Non c’è neppure un riconoscimento sociale del lavoro di cura. Non c’è cioè la consapevolezza che l’accudimento delle persone, specie non autosufficienti (come i bimbi piccoli e parte della popolazione anziana o gravemente disabile) dovrebbe essere un compito a cui attribuire un valore sociale, collettivo. E quindi non ci sono neppure servizi adeguati per renderlo più conciliabile, per uomini e donne, con la propria attività lavorativa e con la propria vita. Un dato per tutti, l’ultimo che citerò in questa breve nota: al 31 dicembre 2018, i posti disponibili in servizi socio-educativi per la prima infanzia (a titolarità pubblica e privata) erano pari al 25,5% dei bambini residenti con meno di tre anni. I livelli di copertura inferiori sono registrati in Campania (9,4%), Sicilia (10%) e Calabria (11%).

La via maestra per migliorare il mercato del lavoro femminile.

Basta numeri e tiriamo le conclusioni: se vogliamo aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, e al tempo stesso rendere possibile la scelta di fare dei figli, non dobbiamo inventarci bonus e altri incentivi alla natalità, o decontribuzioni per rendere appetibile l’assunzione delle donne,  come se fossero lavoratrici di minore qualità.

Dobbiamo investire su servizi di cura (non solo asili nido ma anche scuola a tempo pieno sia materna che elementare, servizi diurni per anziani non autosufficienti, ecc.): e dobbiamo al tempo stesso investire per educare a una condivisione, fra le mura domestiche, dell’attività di cura, abbattendo quei tanti stereotipi che ancora persistono nel nostro paese, che vedono le donne naturalmente più inclini al lavoro domestico e meno interessate alla carriera.

Nei paesi in cui ci sono più servizi e più condivisione, anche con congedi di paternità obbligatori piuttosto lunghi, la partecipazione al mercato del lavoro delle donne è più alta e nascono più bimbi… sarà un caso?

Studiate Donne. Il nostro tempo è ora.

di Anna Colombo, consigliere speciale gruppo Socialisti e Democratici Parlamento europeo, e Articolo Uno Bruxelles.

Una missione, la costruzione di un’ Europa unita e coesa.

Sono arrivata a Bruxelles nel 1987, fresca di una laurea in giurisprudenza conseguita presso l‘Ateneo genovese, per lavorare al Parlamento europeo. Avevo 24 anni. Figlia di un partigiano (conserviamo ancora fra i “cimeli » il suo lasciapassare armato emesso il 28 aprile 1945 dal comando della Brigata Matteotti – Val Bisagno) sono partita nella convinzione che la costruzione di un’Europa unita e coesa fosse una missione, più che un lavoro.

Ne sono tutt’ora convinta, malgrado le delusioni del post 2008, e la lentezza con cui si va verso l’Europa Sociale. La bella prova del Post Covid ed il Piano europeo di Rilancio e Resilienza possono a tutti gli effetti costituire l’inizio di una svolta.

Il problema non sono mai state le istituzioni europee, ma chi le governa e, a volte, la mancanza di competenze/poteri e quindi di coraggio, come ahime la subalternità dimostrata verso le multinazionali farmaceutiche nel perseguire la strada delle sole regole di mercato per l’approvvigionamento dei vaccini, ha mostrato.

Decenni di pensiero unico reaganiano, e di un mix di conservatori e liberisti al timone – a cui ora si sono unite le cosiddette democrazie illiberali, modello della Destra italica -, seppur in apparente odierna difficoltà, sono duri a morire del tutto.

Un’orizzonte possibile, sfidare e riformare il capitalismo.

Il fatto è che l’Europa è il nostro unico orizzonte possibile, vieppiù dopo che le Nazioni Unite si sono date (ci hanno dato, o meglio ci siamo dati tutti insieme) un nuovo obiettivo da qui al 2030: quello dello Sviluppo Sostenibile, contro i predatori del pianeta e delle persone, per un nuovo intreccio di politiche economiche, sociali ed ecologiche capace di abbattere diseguaglianze e povertà, e rimediare all’esclusione di territori interi, anche nei Paesi più prosperi, dal benessere collettivo. Ce la faremo se oseremo sfidare e riformare il Capitalismo.

Del resto, la Resistenza, in Italia ed in Europa, si è battuta per un vero, nuovo inizio. Portare l’Unione Europea decisamente e sicuramente in quella direzione è la missione di questo millennio.

Ma per arrivarci, occorrono coraggio e molte nuove competenze di merito e di metodo (« governance »): bisogna saper distinguere il senso di responsabilità dall’esercizio del potere fine a se stesso; anteporre la cura collettiva e l’empatia alla competizione, il dialogo e la cooperazione alla contrapposizione. Per questo deve essere, e sarà, il millennio delle Donne.

Ricordo che qualche anno fa – le mie figlie (due femmine!) erano ancora bambine – invitai a pranzo il compianto Ennio Odino e la moglie Suzanne.

Se ci fosse bisogno di ricordarlo, Ennio è stato un partigiano sopravvissuto alla Strage della Benedicta; fuggito e successivamente catturato, si fece pure un anno a Mauthausen-Gusen, fino alla Liberazione. Venuto a lavorare a Bruxelles dove ha conosciuto Suzanne (Resistente belga), è stato per tanto tempo il nostro Presidente ANPI Belgio e colonna della FIR (Federazione Internazionale Resistenti).

Io ero impegnata a servire il pranzo, e mi sono per un attimo assentata in cucina. Al mio ritorno, nessuna traccia di Suzanne e delle bambine. Erano in garage. Suzanne stava insegnando a Giulia e Martina come smontare il sellino della bici per nascondere i messaggi segreti, come aveva fatto lei stessa per mesi, temeraria staffetta.

Le mie due staffettine hanno capito. Una si sta specializzando in Diritto Internazionale, con una tesi di diritto ambientale e vuole impegnarsi per i Rifugiati. La seconda in Biologia, e sta cercando di capire come sfamare un pianeta intero senza distruggerlo e senza lasciare nessuno indietro.

Studiate Donne. Il nostro tempo è ora.

Il secondo numero del Periodico di Articolo Uno Genova

Presentiamo il secondo numero del Periodico di Articolo Uno Genova in un momento politico particolare nel quale una crisi di Governo incomprensibile ci ha consegnato un governo di salvezza nazionale. In questo quadro la conferma di Roberto Speranza al Ministero della Salute è un’ottima notizia per la nostra comunità, perché rappresenta un’idea di sanità pubblica universalistica che viene riaffermata, così come la conferma di Cecilia Guerra al MEF.

Come Articolo Uno Genova questo inizio d’anno ci ha visto impegnati nell’organizzazione di diverse iniziative: sul recovery fund con Cecilia Guerra, sulla Sanità con consiglieri regionali, mondo sindacale e mondo sanitario. 

Insieme ad altri partiti e associazioni si è manifestata tutta la nostra contrarietà sulla riforma dei Municipi della giunta Bucci.

Abbiamo espresso il nostro netto rifiuto della delibera del Consiglio Comunale di Genova che equipara fascismo e comunismo (la mozione della vergogna, intitola l’ANPI su Patria Indipendente).

A breve partiremo con il Tesseramento 2021 di Articolo Uno

In questo numero abbiamo il piacere di pubblicare un contributo di Camillo Bassi per i 100 anni del Partito Comunista Italiano.

A presto e buona lettura.

Giancarlo Furfaro, segretario di Articolo Uno Genova.

CENTO ANNI DI STORIA DEL PCI.

di Camillo Bassi, storico dirigente del PCI e presidente onorario della Fondazione DS Genova.

Il 21 gennaio dell’anno in corso è stato celebrato il centenario di fondazione del PCI a Livorno lo stesso giorno nel 1921. Molti gli avvenimenti per ricordare quel lontano evento: libri, articoli, convegni, TV ecc.  Un noto storico, Silvio Pons, ha scritto che la fondazione del PCI è “Vicenda che è parte integrante della storia d’Italia e internazionale del secolo scorso”.

A me pare del tutto giusta questa sottolineatura basata totalmente su quanto accaduto nel 900, tuttavia nella miriade di iniziative in corso sono lasciati in ombra tre personaggi fondamentali per l’inizio di questa storia italiana: F. Engels, K. Marx, V. Lenin, in particolare i primi due. Ricordiamo che Togliatti ripeteva “che veniamo da lontano ed andiamo lontano” ed oggi si può aggiungere che quel cammino non è ancora terminato.

Il manifesto del Partito Comunista e la Rivoluzione di Ottobre

Dopo aver pubblicato nel 1848 “Il Manifesto del Partito Comunista”, che si concludeva con l’esortazione “Proletari di tutto il mondo unitevi”, Marx ed Engels fondarono a Londra nel 1864 l’Internazionale dei comunisti, aperta ai circoli operai, che fu sciolta a Filadelfia nel 1876.

Nel 1889 a Parigi fu fondata la II Internazionale, questa aperta ai partiti che la affondarono praticamente negli anni 1914-15, con l’inizio della Grande Guerra, quando i vari partiti socialisti e socialdemocratici votarono i crediti di guerra a favore del proprio paese contro gli altri paesi da qui il dissolvimento della II Internazionale.

Dopo la Rivoluzione sovietica nell’Ottobre del 1917, Lenin si pose tenacemente al lavoro per costituire la III Internazionale, questa comunista che fu fondata Mosca nel marzo del 1919. Nel secondo congresso, luglio 1920, furono stabilite le condizioni poste ai partiti per poter essere accolti nell’Internazionale Comunista, i famosi 21 punti, in pratica una gabbia politica molto precisa e dettagliata.

Nel XV congresso socialista di Livorno (15-21 gennaio) un tema fondamentale della discussione fra le tre correnti principali – riformisti, massimalisti e comunista – fu proprio l’adesione ai 21 punti della I.C., ne seguì la rottura e la fondazione del Partito Comunista d’Italia, sezione della Internazionale.

La storia del Partito Comunista Italiano (PCI)

Il Partito divenne Partito Comunista Italiano solo nel 1943 quando Stalin decretò lo scioglimento dell’Internazionale (fatto per dimostrare agli alleati nella guerra la sua volontà di non ingerenza negli altri paesi!).

Il primo segretario fu Amedeo Bordiga, ingegnere napoletano, che superò il ben più autorevole Antonio Gramsci.

Togliatti, anni dopo spiegò così la cosa parlando di errore di Gramsci e dei compagni torinesi “Grande movimento di massa a Torino nel rimanente del paese si limitavano a dei contatti personali non organizzati.” Le altre frazioni invece erano più strutturate. Tuttavia, già nel novembre del 1922 al IV congresso la stessa I. C. sostituì Bordiga da capo delegazione italiano con Gramsci.

Antonio Gramsci, il vero fondatore teorico e politico del PCI
Antonio Gramsci, il vero fondatore teorico e politico del PCI

Antonio Gramsci, il vero fondatore teorico e politico del PCI

(questo fin che non fu incarcerato nel novembre del 1926). Togliatti nel 1957 al II convegno di studi gramsciani nel ventennale della morte affermò che prima di Gramsci in Italia anche chi parlava di rivoluzione non sapeva cosa fosse una rivoluzione e Gramsci portò nel nostro paese il concetto di rivoluzione dopo che aveva incontrato il pensiero di Lenin.

Credo che si possa affermare che Gramsci apprese certamente da Lenin due principi: l’unità delle forze che volevano il cambiamento, devi conoscere bene quella società, quel paese che vuoi trasformare. Per quando concerne l’unità basta ricordare che Gramsci chiamò così il giornale del Partito fondato nel 1924 e nel III congresso di Lione del PCI, 1926, (in Italia non si poteva già più per le persecuzioni fasciste), che si può certamente dire il congresso della politica gramsciana espressa nelle famose Tesi di Lione, egli pose alla base della proposta politica dei comunisti l’alleanza tra operai e contadini, appunto le forze rivoluzionarie nel nostro paese. La linea politica indicata da Gramsci nelle tesi di Lione ha praticamente fatto da guida sino all’VIII congresso del 1956, il congresso della Via italiana al socialismo con uno sguardo più ampio e nuovo alle forze progressiste del paese. L’altro principio, lo studio della realtà, Lenin lo insegnò con la sua prima grande opera Lo sviluppo del capitalismo in Russia, 1898.

Si può dire senza tema di smentita che Gramsci ha fatto sue queste lezioni, come vedremo da tutta la sua attività successiva e le ha trasferite all’interno del Partito in tutte le tappe successive. Antonio Gramsci, come da indicazione diretta e precisa di Mussolini “Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni”, dopo l’arresto fu processato nel famoso “Processone” dei dirigenti comunisti nel 1927 e condannato a “anni 20, mesi 4 e giorni 5 e lire 6.200 di multa” nella sentenza del 4.6.1928 – anno VI. Con lui furono condannati altri dirigenti, tra i quali il genovese Umberto Terracini, 22 anni, 9 mesi e 5 giorni e lire 11.200 di multa. La pena più alta di tutte perché lui aveva assunto la difesa di tutti gli imputati e con dotte disquisizioni giuridiche aveva messo in difficoltà la Corte. Ma Gramsci con le lettere dal carcere, con i Quaderni, pubblicati subito dopo la Liberazione a cura di Togliatti, lasciò un patrimonio immenso di riflessioni, pensieri e studi sul mondo circostante (dal Meridione al Vaticano, dal Fordismo agli Intellettuali) che portò il famoso filosofo francese Jean Beudrillard ad affermare che “Michel Foucault e Antonio Gramsci erano i due più grandi pensatori del 900”. 

Gramsci con la famosa lettera dell’ottobre 1926 inviata alla direzione del Partito Bolscevico, e che Togliatti non inoltrò provocando una irritata replica dello stesso Gramsci, dimostrò con quale acume, capacità di analisi guardava all’evolversi della causa del socialismo in Unione Sovietica, senza nessun timore reverenziale e senza nessuna prevenzione ideologica.

Quella lettera, per i suoi contenuti critici, è di per se una autentica lezione di come uno studioso marxista guarda alla realtà senza dogmatismi e prevenzioni ideologiche. Antonio Gramsci è morto in una clinica romana il 27 aprile del 1937, dopo che era stato rilasciato per le sue precarie condizioni di salute.

L’ era di Togliatti a capo del PCI

Togliatti praticamente dopo l’arresto di Gramsci era diventato il capo del Partito riconosciuto, ed in questa veste continuò l’opera del suo predecessore in una situazione   sempre più drammatica  per il PCI, con arresti e condanne continue da parte del Tribunale speciale fascista che indebolivano  l’organizzazione clandestina del Partito, in un contesto che vedeva l’IC dettare la linea politica, non sempre conforme alle aspirazioni dei singoli partiti, mentre cresceva l’ombra dello stalinismo, che procurò danni  severi anche ai comunisti italiani come dimostra la vicenda dello scioglimento del CC del PCI nel 1938 e le persecuzioni subite da molti militanti come è ben documentato nel libro di Romolo Caccavale, corrispondente dell’Unità da Mosca per diversi anni, “La speranza Stalin”.

Togliatti è stato uno dei dirigenti più autorevoli della III Internazionale, ebbe diversi incarichi delicati in Francia, in Spagna durante la guerra civile. Ma dimostrò le sue capacità ed anche autonomia di pensiero, certamente nell’ambito piuttosto ristretto dell’IC, soprattutto nella vicenda del socialfascismo, perché così fu definita la socialdemocrazia nel X plenum della IC nel luglio del 1929 – Togliatti ebbe a dire tempo dopo che si adeguò con sofferenza a questa decisione. 

A conferma di questo va detto che lo stesso Togliatti si reca a Parigi nel 1934 e stimola la nascita della politica dei Fronti Popolari, di più: il 17 agosto 1934 a Parigi fu firmato il primo Patto di unità d’azione tra il Partito Comunista ed il Partito Socialista, esattamente un anno prima che la IC ritornasse sui suoi passi nei confronti del 1929. Questo durante il VII congresso e per merito in particolare di Georgi Dimitrov, segretario della Internazionale e figura di grande prestigio, anche con una relazione di Togliatti.

Allo scoppio della guerra Togliatti, con lo pseudonimo di Ercoli, fa una serie di trasmissioni radio verso l’Italia poi, nel marzo del 1943, parte per il ritorno in Patria, il viaggio dura una ventina di giorni, quando è al Cairo, il 13 marzo,  e ad  Algeri, il 21 marzo, rilascia due interviste nelle quali  esprime con chiarezza e forza che “il dovere degli italiani è di unirsi, unirsi per essere forti nella lotta per sconfiggere definitivamente Hitler e Mussolini”. Arriva a Napoli e dopo pochi giorni, 30 e 31 marzo all’assemblea del Partito e il primo aprile in conferenza stampa, egli illustra quella che passerà alla storia come la “Svolta di Salerno”.

Cioè mettere temporaneamente da parte la questione istituzionale, monarchia o repubblica, e tutti uniti, compresi i monarchici, nella lotta per liberare l’Italia dal nazifascismo, dopo con la pace si affronterà la questione istituzionale. Vi fu qualche resistenza iniziale a questa impostazione, in particolare tra i repubblicani e i socialisti, ma la proposta passò e fu certamente un passo decisivo per far partecipare l’Italia alla guerra contro la Germania nazista e il fascismo italiano, dando all’Italia quella dignità che il Presidente del Consiglio De Gasperi potrà spendersi a Parigi al tavolo della pace nel 1947.

La strada dell’unità del paese fu perseguita da Togliatti con una tenacia ferma e coerente come dimostrano l’amnistia, 1946, per i reati, esclusi quelli “particolarmente gravi” (specificati in un decreto a parte), commessi durante la guerra di Liberazione, che favorì certo di più i fascisti, ma evitò il proseguire di una guerra civile sotterranea che qua e là si manifestava, con l’approvazione dell’art 7 della Costituzione, cioè l’inserimento dei Patti Lateranensi nella stessa, con un famoso discorso alla Costituente il 25 marzo 1947, anche qui con qualche contrasto, tre deputati del PCI chiesero ed ottennero di non votarlo uscendo dall’aula. Questo rapporto tra comunisti e cattolici fu sempre perseguito da Togliatti sino alla fine come conferma il famoso discorso “Il destino dell’uomo” pronunciato a Bergamo il 20 marzo 1963..               

I momenti nella vita politica di Togliatti sono stati tanti, qui ne ricordiamo alcuni, pochi. Nel giugno del 1944 fonda a Napoli la rivista mensile “Rinascita” dedicata ai temi della cultura e del rapporto con gli intellettuali, ma soprattutto ricordiamo il 1956 che si apre con il XX congresso del Partito Comunista sovietico e lo sconvolgente “Rapporto segreto” di N. Khrusciov che denunciava per la prima volta i crimini di Stalin. Togliatti nella intervista concessa alla rivista “Nuovi argomenti”, giugno 1956, nel confermare l’appoggio alla politica di Khrusciov chiede anche di andare più avanti, di non spiegare tutto con il “culto della personalità” di Stalin, fa una affermazione davvero rivoluzionaria per quei tempi: “il complesso del sistema diventa policentrico e nello stesso movimento comunista non si può parlare di una guida unica, bensì di un progresso che si compie seguendo strade diverse.”

È un fatto enorme (per quell’epoca) dire che l’URSS non è più la guida unica del movimento comunista, questa linea trova ampia conferma nell’VIII congresso del PCI, dicembre 1956, con la precisazione e proclamazione della “Via italiana al socialismo”.

Questa politica fu osteggiata a più riprese dai sovietici anche con articoli sulla “Pravda”, pur senza menzionare Togliatti, fu aspramente criticata dai comunisti francesi con il loro prestigioso dirigente, il filosofo RogerGaraudy, con uno scritto che fu integralmente riportato sulla rivista “Rinascita” con a lato la risposta dello stesso Togliatti (stesso trattamento fu riservato tempo dopo ad un saggio pubblicato sulla “Pravda”). Tutto questo rende difficile capire, soprattutto giustificare, la posizione del PCI nei confronti della rivolta ungherese dell’ottobre del 1956: schierarsi incondizionatamente al fianco dei carri armati sovietici che soffocarono quello che era un tentativo di “via ungherese al socialismo”. La situazione internazionale e la “guerra fredda” erano certamente fatti di cui tener conto, ma oggi si deve dire che quella posizione fu un errore se non altro per la sua perentorietà. Lo stesso discorso vale per quanto avvenuto nel 1968 in Cecoslovacchia. Anche lì c’era un tentativo di “via cecoslovacca al socialismo” (“socialismo dal volto umano” si diceva). Certo in questo caso ci fu il netto dissenso e la riprovazione, tuttavia non si andò sino in fondo. Togliatti ebbe sempre a cuore gli interessi del paese come dimostrò anche nel momento dell’attentato contro di lui il 14 luglio 1948 compiuto da un giovane siciliano, Antonio Pallante, quando invitò alla calma.  

Il testamento politico fu il “Memoriale di Yalta”, scritto nell’agosto del 1964, poche ore prima di morire nella penisola sul mar Nero. Quel documento, che era riservato ad uso esclusivo del compagno Khrusciov, con il quale era previsto un incontro qualche giorno dopo. Nel memoriale erano indicati i temi che Togliatti proponeva di discutere nel colloquio, comprese le critiche per i ritardi nello sviluppo delle riforme democratiche nell’URSS e per la situazione di scontro armato tra le due grandi potenze socialiste, la Cina e l’URSS. Quel documento, che doveva restare interno, “segreto”, confermò come al di là delle apparenze Togliatti ed il PCI sapevano parlare ai massimi dirigenti PCUS con estrema chiarezza ed autonomia. I suoi funerali a Roma furono una delle più grandi manifestazioni mai effettuate nel nostro paese, si parlò di oltre un milione di persone.

Luigi Longo segretario del PCI

Alla scomparsa di Togliatti subentrò subito come segretario del PCI Luigi Longo, senza esitazioni e discussioni vista la sua posizione precedente di vicesegretario unico. Due furono i gesti che caratterizzarono sin da subito la sua linea: affermò che lui non era Togliatti che certo ricopriva la carica di segretario, ma sarebbero stati nominati altri dirigenti per il direttore di “Rinascita”, nel frattempo divenuta settimanale, e come capogruppo alla Camera dei Deputati, cariche prima ricoperte da Togliatti. Poi condusse una decisa lotta contro la delegazione sovietica presente ai funerali, guidata da Leonid Brezhnev numero due subito dietro Krusciov, che chiedeva di non pubblicare il memoriale di Yalta. Longo fu irremovibile e la settimana successiva l’ultimo scritto di Togliatti comparve sulla prima pagina di “Rinascita”. Naturalmente questa mossa serviva per poter portare avanti la politica di autonomia del Partito all’interno del movimento comunista.

Longo aveva una lunga esperienza internazionale, commissario delle brigate internazionali in Spagna, fu comandante generale delle Brigate Garibaldi, rappresentante del PCI nel C.L.N.A.I., vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, fu in pratica l’uomo che costruì e guidò la grande partecipazione dei comunisti alla guerra di Liberazione in stretta unità con le altre forze politiche sempre su un piano di parità. Per questa sua forte attività militare ebbe la bronze star alleata. Longo aiutò la Germania di Willy Brandt nella sua “Ostpolitic”, nel 1968 lasciò la campagna elettorale in Italia per recarsi a Praga a portare il sostegno del PCI alla “Primavera di Praga” di Alexander Dubcek, nel 1969 alla riunione di partiti comunisti a Mosca la nostra delegazione, guidata da Berlinguer, su indicazione di Longo firmò solo una delle quattro parti del documento finale. Nell’agosto del 1968, dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica e di altri paesi del Patto di Varsavia, oltre alla recisa condanna portò su questa posizione anche altri partiti, primo fra tutti il Francese. Inoltre, merito molto significativo, portò alla sua successione quando era ancora in vita (fatto unico sino ad allora nei partiti comunisti dove o si era cacciati – vedi Khrusciov nel 1964 – o si era sostituiti post mortem) Enrico Berlinguer, prima come vice poi segretario, XII congresso 1969 a Bologna, poi segretario, XIII congresso marzo 1972 a Milano, dove Longo fu eletto presidente per acclamazione. Va ricordato anche che Giuseppe Boffa, famoso giornalista e storico già senatore e membro del CC del PCI, nel suo ultimo libro (memorie dal comunismo, pag. 131) scrive che “Longo è stato il miglior segretario generale del Partito Comunista Italiano”. Certo è una opinione, ma qualcosa vuole dire sul contributo di Luigi Longo alla vita del PCI.

Enrico Berliguer, uno dei più amati personaggi della storia del PCI
Enrico Berlinguer, uno dei più amati personaggi della storia del PCI

Gli anni di Berlinguer

Con la scomparsa di Longo, nel 1980, dopo lunga malattia, Berlinguer continua nella sua linea costellata di notevoli iniziative sul piano internazionale, dove si era già fatto una notevole esperienza durante il lavoro nella FGCI e nella Federazione Giovanile Mondiale, poi con missioni in Viet Nam ed altri paesi socialisti, con le forti posizioni espresse al congresso del PCUS nel 1972 ed  in altri incontri con i sovietici su temi come la democrazia “valore assoluto”, il pluralismo in politica e lo stato laico. Sugli ultimi due termini, pluralismo e laico, ci fu anche una disputa, soprattutto sui giornali italiani, per la traduzione in russo, secondo alcuni non conforme (pluralismo fu tradotto con multilaterale, la spiegazione fu che in russo il primo era un termine soprattutto filosofico).

Di Enrico Berlinguer vanno ricordate alcune delle idee, proposte più importanti, come pure le “svolte” politiche: nel settembre del 1973, dopo il golpe reazionario in Cile con l’uccisione del legittimo presidente socialista Salvador Allende, propone con tre articoli su “Rinascita” quello che passa alla storia come Il compromesso Storico, che non era la proposta di un governo con la DC, quella poteva essere una tappa intermedia per arrivare a decidere che tutte le forze democratiche potevano governare insieme od anche in alternanza. Cioè l’obiettivo era far cadere la conventio ad escludendum contro il PCI. La proposta era tanto sconvolgente che fu impedita anche con l’assassinio politico come avvenne con l’on Aldo Moro, figura guida della DC.

Nel luglio del 1975 propose a Livorno, insieme a Santiago Carillo segretario del Partito Operaio Spagnolo, l’Eurocomunismo, cioè l’unita d’azione dei partiti comunisti dell’Europa Occidentale, francesi spagnoli e italiani. Il progetto partì bene ma non fu portato a compimento per le pressioni esterne e le divisioni negli altri partiti.   Nel gennaio 1977 al Teatro Eliseo pronuncia il famoso discorso nel quale indicava l’austerità come via da percorrere per rimettere in sesto l’Italia. L’accoglienza fu tutt’altro che benevola, scarso entusiasmo anche all’interno del PCI, invece se analizzata, visto lo sviluppo che ha avuto non solo il nostro paese e il mondo intero, l’idea di un diverso modo di crescere con raziocino e non con il consumismo dissennato era una cosa da prendere in seria considerazione. Altri momenti alti, storici del pensiero di Berlinguer sono nel giugno 1976, la scelta dell’ombrello della Nato (meglio di quello del Patto di Varsavia), la “questione morale” sulla ingerenza sempre più scorretta dei partiti di governo  nei confronti dell’amministrazione pubblica, la democrazia “valore assoluto” alla riunione dei partiti comunisti nel 1977, infine, dopo il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia nel dicembre 1981, la dichiarazione alla televisione sulla “fine della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”.         

Ricordiamo anche un episodio di cui si è parla poco, perché l’attività, le riflessioni e le prese di posizione pubbliche di Berlinguer, sia sul piano interno che internazionale, non portavano solo simpatia, andavano a rompere equilibri consolidati, obbligavano a confrontarsi con situazioni nuove, non tutti erano contenti di questo.

Il 3 ottobre del 1973, dopo una visita ufficiale in Bulgaria, non del tutto tranquilla, l’auto sulla quale viaggiava Berlinguer verso l’aeroporto, fu investita da un camion carche di pietre: lui si salvò per miracolo, morì l’interprete ed i due dirigenti bulgari che l’accompagnavano rimasero gravemente feriti. Si sospettò a lungo di un attentato (secondo la moglie Letizia lo stesso Enrico non lo escluse). La vicenda è stata dettagliatamente esposta in volume pubblicato nel 2005: ”Sofia 1973: Berlinguer deve morire”, Fazi Editore. Non fu mai accertato con certezza se vi fu attentato ma le circostanze –tenuto conto delle abitudini dei paesi socialisti – inducevano a molti sospetti.

Berlinguer è stato certamente un grande uomo politico del secolo scorso, forse non seppe cogliere sino in fondo il cambiamento dei tempi. Morì a Padova durante un comizio elettorale nel giugno del 1984, il giorno prima aveva parlato a Genova nel pomeriggio ed alla sera aveva inaugurato la nuova sede della sezione del PCI di Riva Trigoso. Raccolse il cordoglio e l’omaggio di tutto il paese, avversari compresi, non solo per le sue eccelse capacità politiche ma anche per la sua alta rettitudine morale. I suoi funerali ripeterono la stessa immensa manifestazione di vent’anni prima con Togliatti.   

GLI ULTIMI ANNI: NATTA, OCCHETTO E LA SVOLTA DELLA BOLOGNINA.

La successione, vista anche l’inattesa ed improvvisa scomparsa di Berlinguer fu piuttosto laboriosa, consultazioni e discussioni anche travagliate pur senza scontri aperti, ma non fu quella di cui aveva bisogno il PCI di quegli anni, la scelta cadde su Alessandro Natta, con una maggioranza più che ampia: votazione finale palese: 227 favorevoli, 11 astenuti e nessun contrario.

E’ fuori di dubbio che il prescelto era uomo di valore, con una grande cultura, laureato alla normale di Pisa, con passato per certi aspetti eroico, era stato internato in diversi campi nazisti in Germania ove, sempre rifiutandosi di aderire alla Repubblica sociale fascista, si impegnò  in attività di cospirazione politica, aveva grande esperienza parlamentare era stato uno stretto collaboratore di Togliatti prima (al quale rifiutò una richiesta di aumento di stipendio e ricevendone in risposta una seccata replica, vedi il volume “Le ore di Yalta” dello stesso N.) poi di Berlinguer. Ma il problema era l’età, più anziano di oltre quattro anni del predecessore, era sulla strada del disimpegno dalla vita attiva del Partito – aveva scelto di essere il presidente della Commissione Centrale di Controllo. Certo il suo impegno fu massimo, cercò di aiutare Gorbaciov nel suo sforzo di rinnovamento del socialismo(vedi il bel volume di Frane Barbieri “Caro Gorbaciov, caro Natta”), operò con convinzione per tenere unito  un partito nel quale ormai le correnti erano ben presenti. Tuttavia, la sua cultura politica era quella del passato.

Il gruppo dirigente del Partito era diviso e anche al XVII Congresso nel 1986 a Firenze emersero le divisioni politiche, accentuate anche dalle sconfitte alle elezioni amministrative e al referendum sulla scala mobile, alla conclusione Natta fu riconfermato anche se c’erano stati suggerimenti per un cambio, Napolitano e Lama i nomi più ripetuti. Ma il Congresso mise in evidenza i limiti della dirigenza nell’affrontare con determinazione la nuova situazione, che invece aveva avuto una certa lungimiranza sul piano della elaborazione teorica. Natta si è dedicato con estrema dedizione e intelligenza a tenere unito un partito che ormai non lo era più unito ed anche per preparare la successione. Con una qualche sorpresa lui propose alla direzione prima poi al CC nello stesso giorno, 25 giugno 1987, la candidatura di Achille Occhetto a vicesegretario, la proposta viene approvata con 194 favorevoli, 41 contrari e 22 astenuti.

Poco dopo, aprile 1988, un malore di Natta fece sì che Occhetto diventasse il nuovo segretario, in un modo certamente non molto edificante. Occhetto cercò di governare come meglio poteva il Partito in una situazione molto difficile, soprattutto sul piano internazionale per quel che restava del movimento comunista internazionale

Nel suo agire vi furono anche smagliature significative come, per esempio, la evidente emarginazione di Natta dal gruppo dirigente e il giudizio storico su Togliatti, superficiale se non strumentale. Ma il dramma, per lui e tutti noi, cominciò nell’ottobre del 1989 quando iniziò, con il crollo del Muro di Berlino, il crollo del “campo socialista”.

la svolta della Bolognina, lo scioglimento del PCI e la fondazione del Partito Democratico di sinistra.
la svolta della Bolognina, lo scioglimento del PCI e la fondazione del Partito Democratico di sinistra

Occhetto si decise allora improvvisamente ma con determinazione alla famosa svolta della Bolognina, quartiere di Bologna, in un incontro con vecchi partigiani. L’impressione per molti fu di una decisione estemporanea per “non restare sotto le macerie del Muro”, altri dirigenti (per esempio Piero Fassino) scrissero che vi era stata prima discussione.

La proposta aprì una discussione vivacissima, fu ampiamente vivisezionata, con mozioni contrapposte al XIX congresso straordinario a Bologna, marzo 1990. L’iter ebbe la sua conclusione nel XX congresso straordinario di Rimini dove il 3 febbraio si decise lo scioglimento del PCI e la fondazione del Partito Democratico di sinistra.  Lì, con la fine del PCI, ebbe inizio un’altra storia che dura tuttora.

Una descrizione di parte: la Scuola alla vigilia del rientro in classe

di Mario Caraffini
Responsabile Provinciale Istruzione, Università e Ricerca di Articolo Uno Genova
.

Unità o scomposizione? Differenza o solidarietà? Per parlare della Scuola oggi, al tempo del Covid-19, si potrebbe fare un gioco, un gioco serio, un po’ simile ad un Lego o ad un puzzle, con la difficoltà aggiuntiva che il foglio delle istruzioni o l’immagine finale sono perdute e dunque diventa necessario usare il ricordo: provare ad avvicinare i pezzi, unire le parti differenti in cui oggi sembra divisa la Scuola, membra sparse di necessità varie ed impellenti.

 In effetti dopo un anno di didattica a distanza, più o meno ininterrotta, la Scuola italiana, intesa come comunità educante, come comunità di insegnanti e studenti, di genitori, dirigenti, tecnici, collaboratori ed amministrativi, si trova non soltanto in una condizione di stress al limite della sopportazione umana – necessita ricordarlo – ma anche soggetta allo scollegamento delle sue parti, all’esasperazioni di interessi apparentemente divergenti e a tendenze centripete che, se portate alle estreme conseguenze, potrebbero condurre all’annullamento del significato più profondo di ciò che deve essere la Scuola, la Scuola della Costituzione. 

La tendenza alla disgregazione è da tempo in atto, indotta da amministrazioni di diverso colore ma di simile indirizzo per ciò che riguarda le politiche scolastiche che condividono le stesse parole chiave: modernizzazione, efficientamento, dimensionamento, razionalizzazione. Sostantivi evocanti una riforma sempre desolatamente priva di aggettivazione e che, spesso, si risolve in chiusure di scuole, invecchiamento e precarizzazione degli insegnanti, classi pollaio e, sempre, in tagli ad un servizio pubblico che, al contempo, viene definito fondamentale e strategico per il futuro del Paese. D’altronde, dopo aver per decenni denutrito ed indebolito scientemente il paziente, un poco ci si dovrebbe meravigliare se, dopo un anno, il virus non gli ha ancora dato il colpo di grazia.

Ma torniamo al gioco. La macchina complessa della Scuola può funzionare solo se le sue parti lavorano convintamente per uno scopo, uno scopo chiaro. Oggi questa chiarezza manca ma non manca da oggi.

Oggi gli orizzonti si sono ristretti e il fine ultimo, la missione, sembra essere stata sostituta dal bisogno immediato che la pandemia rende ancora più urgente in funzione della variabilità del contagio.

Oggi l’orizzonte sembra limitarsi al mese, alla settimana, al giorno nel quale l’attività didattica in presenza verrà sospesa o riprenderà. La personale salute di ogni individuo diventa, almeno per l’individuo stesso, o al massimo per la sua ristretta cerchia degli affetti, l’obiettivo a brevissimo termine e assolutamente primario: è il principio della destrutturazione della comunità che si riduce alle sue primordiali dimensioni famigliari se non addirittura individuali: singolarità isolate in lotta per la sopravvivenza. A pensarci bene, quasi l’ideale della perfetta società thatcheriana composta da un insieme disgregato di individualità in competizione per la sopravvivenza.

Le componenti in cui la Scuola viene strumentalmente divisa sono chiamate in causa, nel circo mediatico della comunicazione, come parti singole e conflittuali troppo spesso non consapevoli che una tale premessa non farà che inverarne la separazione; così l’Associazione Nazionale dei Presidi, in conflitto aperto con le famiglie, chiede il prolungamento della chiusura almeno fino a metà gennaio, temendo di non essere in grado di garantire l’effettivo rispetto delle misure di distanziamento, spesso davvero difficili da attuarsi. I banchi monoposto sono, a questo punto, arrivati ma l’area e il volume complessivo delle aule non sono cambiati e a giugno scorso la Direzione Scolastica Regionale ha  confermato le classi pollaio per non dover chiamare un numero maggiore di insegnanti; peraltro i docenti aggiuntivi, l’inquietante “organico Covid”, e gli insegnanti di sostegno raggiungono cifre risibili e per i dirigenti la DAD (Didattica a Distanza) resta ancora la ciambella di salvataggio finale.

I piani di potenziamento dei trasporti che le Regioni dovevano approntare sono stati pubblicati e i dirigenti li hanno prontamente girati a docenti e famiglie, ma allo stesso tempo, evidentemente, temono che dietro lo sfoggio un po’ burocratico di tabelle e flussi, di scaglionamenti e coinvolgimento di bus privati, ci sia poca sostanza, con il risultato che ben pochi sanno cosa accadrà davvero dopo l’Epifania.

Poi ci sono le famiglie ed i ragazzi che vogliono fortemente la riapertura delle scuole. La DAD, o meglio la DDI (Didattica Digitale Integrata), li ha sfiancati portandoli al massimo livello di frustrazione, stanchezza e, a volte, sfiducia in un sistema che spesso si è dovuto per necessità di legge occupare più dell’adempimento burocratico che delle loro effettive necessità didattiche.

Mi riferisco, ad esempio, all’obbligo della valutazione cioè alla esigenza da parte dell’insegnante di ottenere un numero congruo di valutazioni; alla necessità del raggiungimento da parte degli alunni del numero di ore utili alla validazione dell’anno scolastico; al vincolo per i docenti di dover completare il loro orario di cattedra con supplementi di lezioni che hanno inevitabilmente costretto gli studenti ad estenuanti prosecuzioni pomeridiane; al non poter interrompere l’accumulo delle ore di Alternanza Scuola-Lavoro, oggi pcto, Percorsi Competenze Trasversali Orientamento (un po’ di acronimi, punta dell’iceberg).

Gli insegnanti del resto hanno fatto quello che nessuno si aspettava potessero fare: hanno continuato a lavorare da casa con strumenti nuovi, senza soluzione di continuità, ed hanno “tormentato” gli studenti con lezioni, Power Point, questionari su Teams, approfondimenti, progetti, disegni, registrazioni vocali, verifiche, interrogazioni, dimostrando, a volte, una certa ansia da prestazione e senso di inferiorità nei confronti di una mitizzata generazione di nativi digitali non sempre all’altezza del mito. In linea con i principi di disciplina e onore di un vecchio giuramento che non si fa più.

Gli studenti hanno retto il colpo anche se, spesso, non disponendo delle “armi” giuste: in questa vicenda, che spesso viene paragonata ad una guerra, vengono in mente i moschetti 91 e le scarpe di cartone d’infauste campagne militari del passato. Molti lo hanno detto: i più deboli sono state le vittime più numerose. Le differenze sociali sono emerse in tutta la loro ingiustizia. Avere i genitori con un solido impiego o con un sufficiente conto in banca ha fatto la differenza; vivere in un appartamento grande e poter lavorare con un ragionevole isolamento dai fratelli o dai genitori che lavoravano da casa, ha fatto la differenza; avere una buona connessione e buoni strumenti informatici ha fatto la differenza; avere genitori istruiti ha fatto la differenza. Non avere un qualunque problema di salute ha fatto la differenza. Se fortunatamente molti sono rimasti in piedi, troppi sono caduti. In questo frangente si parla di digital divide, divario digitale, ma non è solo questo, non è solo digitale. L’infelice locuzione “distanziamento sociale”, malamente usata per parlare di semplice distanziamento fisico, in questo contesto ha raggiunto il suo più vero e triste significato che racconta di distanze sociali invalicabili.

Ma continuiamo la descrizione dei differenti punti di vista.

I docenti vogliono la riapertura della Scuola perché sanno, profondamente, cosa significhi insegnare e hanno potuto, altrettanto profondamente, comprendere i limiti e la natura emergenziale della DDI. Temono però, dopo decenni di imprinting ministeriale, il consueto “arrangiatevi”. Non pochi, vista la non più verde età media, temono il contagio e per antica abitudine si fidano poco delle assicurazioni provenienti da una catena di comando che arriva giù, giù, fino al dirigente scolastico il quale ha l’improbo compito di garantire il rispetto delle norme sul distanziamento, senza però poter fare affidamento su una buona gestione dei trasporti da parte delle amministrazioni Regionali. Sembrerebbe uno scaricabarile, ma, dopo decenni di tagli al trasporto pubblico, alla scuola pubblica, alla sanità pubblica, un certo dubbio è comprensibile sorga.

Anche i collaboratori scolastici sono stati coinvolti in questo anno dominato dal Covid: si sono trovati a giocare al gioco dell’oca con gli arredi scolastici spostandoli, non so più quante volte, da un’aula all’altra, da un piano all’altro, smontandoli e rimontandoli per impilarli, smaltirli, rimetterli in gioco, misurando in lungo e in largo le aule per contribuire a trovare la soluzione al gioco delle “rime buccali”. Tecnici, collaboratori e amministrativi, del resto, sono categorie in via d’estinzione poiché con la riforma renziana della Buona Scuola la loro funzione si sarebbe dovuta esternalizzare o ridurre drasticamente, grazie ad una provvidenziale informatizzazione del sistema.

D’altronde la digitalizzazione della Scuola è un mantra che in genere non deve essere messo in discussione: la modernizzazione dei mezzi non può che essere auspicabile. Se non che, il più delle volte, l’informatizzazione è intesa come sostitutiva del lavoro umano. Ma a Scuola questa equazione non funziona perché l’aumento quantitativo e qualitativo di strumentazione digitale prevede un parallelo aumento dell’intervento umano: l’assunzione di personale tecnico per la manutenzione continua della rete e delle periferiche, i famosi “tecnici di laboratorio” che dalla riforma Gelmini in avanti sono stati, nella sostanza, messi ad esaurimento. Peraltro, le classi digitalizzate necessitano, per la cosiddetta nuova didattica, di un rapporto assai più basso tra docente e discenti e dunque di maggior personale. Lo stesso problema che si è manifestato nella sanità, quando si è scoperto che l’aumento di posti di terapia intensiva necessitavano di personale medico che le strutture ospedaliere, dopo le stagioni dei tagli, non posseggono più.

Possono conciliarsi queste necessità emergenziali o devono essere trattate e risolte per parti? Ovviamente la risposta non può che essere la prima, pena la perdita di uno dei più preziosi servizi pubblici che, nonostante tutto, è ancora oggi la Scuola di Stato Italiana, la Scuola della Costituzione. Eppure, mai come in quest’anno la Regione Liguria ha finanziato copiosamente la Scuola privata chiarendo, se mai ce ne fosse stato bisogno, quali siano gli indirizzi della destra in questo settore, così come in quello della Sanità.

La demolizione del servizio pubblico avviene sempre partendo dal tentativo di dimostrarne la supposta inefficienza, gli sprechi, dividendo i cittadini in categorie, gruppi, generi, etnie, religioni, culture. La riduzione della complessità della società alle istanze dei cosiddetti “portatori di interessi” è il fondamento della visione liberista competitiva, dove la collaborazione si ferma laddove si ferma il vantaggio personale. Una visione del tutti contro tutti profondamente antidemocratica che la Scuola Italiana a partire dagli anni ’70 ha da sempre combattuto.

Contrapporre in modo manicheo le parti, ostacolare la composizione delle istanze, non comprendere che la Scuola è un insieme complesso fatto di competenze e domande differenti, fingere di dimenticare che è un presidio delle libertà democratiche, può solo voler dire non riconoscere alla Scuola la natura di bene pubblico. Non prendercene cura come collettività significherebbe, ancora una volta, non comprendere la lezione del passato e ridurre i cittadini del futuro a solitarie singolarità che possono disporre, in competizione serrata gli uni contro gli altri, solo della propria forza personale.

Ecco perché oggi una vera riforma da Sinistra della Scuola non può non partire da questa lettura critica finalmente ideologica.

Un compito per tutti, un buon proponimento per il 2021.

Lavoro 2021. Il momento di decidere

di Piero Borello, responsabile provinciale Lavoro e Politiche Sociali

Il 2021 eredita dall’anno appena finito una situazione davvero pesante.

La crisi sanitaria ha peggiorato una situazione economica, già in precedenza, non brillante.

In particolare per Genova e la Liguria l’anno appena passato potrebbe essere quello che segna il definitivo declino del tessuto industriale che da metà dell’800 regge, insieme al porto e poi anche al turismo, economia e redditi di questo pezzo d’Italia.

Se, per le attività portuali e per il turismo, è ragionevole pensare che ci sarà una rapida ripresa a fine pandemia, cosi non si può dire per l’industria.

I ridimensionamenti drastici degli ultimi decenni, le pesanti incertezze che incombono su quanto è rimasto lo sviluppo ancora troppo limitato dei nuovi settori innovativi si cui si era puntato dopo la crisi degli anni 80-90 rischiano di portare l’industria genovese e ligure a delle percentuali del tutto marginali.

Se cosi fosse verrebbe a mancare un elemento fondamentale per la nostra economia, sarebbero a rischio occupazione e reddito.

In questo quadro decisivo sarà lo sviluppo della situazione di Arcelor Mittal, l’acciaieria ex Ilva.

A dicembre è stato siglato un accordo tra la società pubblica Invitalia e Arcelor Mittal che ha segnato il ritorno dello Stato nella produzione siderurgica.

In questo accordo si prevede 2,1 miliardi di Euro di investimenti, la metà dei quali per mano pubblica, finalizzati a raggiungere 8 milioni di tonnellate di produzione siderurgica, contro le 3,2 di quest’anno.

Un positivo passo importante ma ancora molti sono gli aspetti che necessitano un chiarimento, molti i nodi ancora da sciogliere senza la cui soluzione gli impegni produttivi ed occupazionali previsti dagli accordi di Programma fra il Governo, Regione, Comune e Sindacato del 1999 e del 2005 non potranno essere rispettati, il che sarebbe davvero un dramma che Genova e la Liguria devono e possono evitare.

Ma le difficoltà che nel nuovo anno si dovranno affrontare non saranno solo quelle del tessuto industriale.

La pandemia ha accentuato e messo ancor più in luce fenomeni già in atto da tempo che hanno raggiunto livelli oramai non più sostenibili:

Sono aumentare le disuguaglianze, peggiorate le condizioni di lavoro e allargate le fasce di lavoratori che non godono, nella pratica, di effettive tutele sindacali.

Le pari opportunità, indipendenti da stato sociale, sesso o area di nascita sono sempre più una chimera.

I doverosi interventi per mitigare le conseguenze economiche della pandemia ha fatto letteralmente schizzare il debito pubblico, un fardello pesantissimo per le generazioni più giovani.

Palese è oramai, nell’era della globalizzazione, l’inadeguatezza dei singoli stati nazionali a governare i principali fattori che determinano la qualità della vita della popolazione quali ad esempio: economia, sanità, migrazioni, ricerca, sviluppo.

L’insostenibilità di uno sviluppo, senza limiti e senza tutela della ‘salute’ dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione è sotto gli occhi di tutti

Nessuno di questi problemi potrà essere risolto se non si cambierà radicalmente direzione:

  • Cambiare modello di sviluppo, per una economia compatibile con le ‘esauribili’ risorse terrene
  • puntare sull’innovazione e sulla scienza per riconvertire ed efficientare la nostra capacità produttiva
  • combattere il lavoro precario e superare la parcellizzazione contrattuale del lavoro dipendente
  • affrontare in modo convinto ed efficace l’evasione fiscale
  • riorganizzazione della pubblica amministrazione

questi solo alcune delle iniziative da prendere.

Non è un libro dei sogni, da tutti i periodi di crisi si può uscire meglio di come si è entrati se si individuano e si affrontano i punti centrali dei problemi esistenti.

L’Europa ci ha dato, ci sta dando e probabilmente ci darà risorse importanti.

Bisogna utilizzarle al meglio CAMBIARE, diversamente siamo destinati non ad un lento, ma ad un rapido, declino.

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito